A tu per tu con Luca Cantamessa: "La Impreza Gruppo A la mia prediletta"

Un pilota che in tanti anni di carriera si è sempre distinto per il piede destro pesante, dannatamente competente in materia e un’appassionato del rallysmo vero e genuino. Oggi vi racconteremo di Luca Cantamessa, in un’intervista esclusiva inedita a 360°. Allacciatevi le cinture e stringetevele forte!




Luca, come ti sei avvicinato al mondo dei rally?

Ho vissuto in un paese di provincia dove passavano all’epoca cinque o sei rally nazionali ogni anno. Inoltre per spostarsi da ragazzi era necessario usare il motorino, dunque nolente o volente ai motori ci si appassionava per forza. Ho un passato nel Motocross amatoriale e ogni anno andavo a vedere la “Panoramica”, una storica prova speciale del Città di Torino. A 23 anni poi, dove aver seguito i molti amici in gara, ebbi finalmente l’opportunità di provare l’ebbrezza di gareggiare.

Come valuti il rallysmo italiano odierno?

In generale male, non posso fare diversamente! Trovo sia un ambiente in cui da anni regna la più assoluta confusione. Ci sono troppi campionati e troppi campioni, con titoli assegnati che non servono assolutamente a nessuno, se non a qualcuno che emette i comunicati stampa per alimentare il proprio ego. Vi sono veramente troppe gare a causa di una scrematura mai arrivata e questo è il risultato. Il CIR, riconosciuto come massima espressione del rallysmo italiano, dovrebbe essere un punto d’arrivo dopo la cosidetta gavetta e invece, per mancanza di meritocrazia, non è così. Oggi vedo delle gare sprint di pura velocità dove tutto deve filare liscio altrimenti non si può recuperare. Tutto, compreso le vetture, si è evoluto ma le gare sono sempre più corte e reputo ciò un controsenso. Prima l’equipaggio in questione vinceva un campionato grazie a costanza, strategia e affidabilità del mezzo, oggi chi sbaglia meno. E questo mi lascia un po’ allibito.

Hai corso praticamente su tutto partendo dalla Clio A7 e arrivando alla i20 R5, senza dimenticare la Impreza Wrc. Ma qual è la macchina che ti ha emozionato maggiormente?

Ho corso con tutto quanto, escluso le classi minori. Sono macchine con ognuna una storia a sè e quindi mi viene difficile sceglierne una. A primo impatto risponderei la prossima per un motivo di ambizione personale, ma se proprio devo dirne una dico la Subaru Impreza Gruppo A. Ti dava parecchio gusto a guidarla perchè permetteva di fare traversi con estrema facilità e perchè andava pure forte. Anche la 206 Wrc mi è piaciuta particolarmente, ma la Impreza Gruppo A era la mia prediletta.

Perchè i giovani italiani faticano ad emergere? Su chi punteresti?

Dove vi è confusione vi è frazionamento. Il giovane italiano, invece di puntare in alto, va a correre nel piccolo trofeo dove sa di primeggiare. Poi va a confrontarsi coi migliori e le prende di santa ragione. Purtroppo in Italia essere un talento non serve a niente perchè non si ha alcun supporto. Un budget ormai è impossibile trovarlo perchè, non essendoci comunicazione e adeguati livelli di immagine, si sponsorizzano altri sport che dispongono di tali credenzialità. Ecco dunque che vengono a mancare i grossi marchi di una volta (Esso, Total, Erg tanto per citarne alcuni) a causa di un pacchetto interessante totalmente assente. Vorrei spendere due parole su Rovampera se me lo permettete. Questo ragazzo di diciassette anni è venuto in Italia per fare esperienza e senza fini di risultato su una vettura seguita da un team ufficiale. Finito questo 2017 avrà a dsposizione ulteriori tre anni per maturare e provare a spiccare il volo definitivamente. Qui purtroppo non si verifica tutto ciò perchè non vi è gente qualificata che possa imbastire una programma pluriennale e gestire un giovane pilota. E proprio a causa di queste negligenze mi viene difficile provare a capire su chi varrebbe la pena puntare.

Quali sono le difficoltà più significative che un pilota incontra quando si affaccia sul panorama internazionale?

Nessuna in particolare, è soltanto questione di mentalità. Si guida tanto fuori dai confini quanto in patria. La velocità media più alta all’estero rispetto a quella italiana non deve rappresentare alcun tipo di problema perchè alla lunga ci si abitua. Juho Hanninen, per esempio, si era lamentato del percorso del Sanremo per le troppe curve ma alla fine si è adattato perchè così dev’essere. Chi ha paura della velocità alza il piede, chi non ne ha fa il tempo e vince. Se poi vogliamo parlare delle troppe chicane lungo le p.s. italiane, queste sono un paliativo affinchè tutto vada bene poichè chi corre non è tutelato, sfociando quindi in una motivazione del tutto burocratica. All’estero posso garantirvi che tutto è più semplice perchè una volta strette le cinture si accettano i rischi.

In tutti questi anni di carriera hai avuto modo di confrontarti con coloro che hanno dato tanto a questo sport. Chi ti ha lasciato un degno indelebile?

In ogni situazione ho trovato elementi  negativi da evitare ed altri sicuramente positivi. Per quanto riguarda i preparatori, Balbosca e Nocentini sono stati di fondamentale importanza per la mia vita sportiva. Entrambi vantano un grande bagaglio d’esperienza ed insieme abbiamo vinto grandi battaglie. Parlando di piloti invece, ho avuto la fortuna di confrontarmi con gente del calibro di Aghini, Navarra, Longhi, Travaglia e Andreucci, il vero punto di riferimento. Erano avversari che partivano tutti quanti col coltello tra i denti e che davano il cento per cento dal primo all’ultimo metro cronometrato.




Hai vinto per due volte la Coppa Italia. Nonostante sia considerata un trofeo di “serie B”, credi possa mantenere un certo tipo di prestigio?

Vinsi la Coppa Italia nel 2011 e nel 2012, mentre nel 2013 non mi presentai perchè valutavo la finale come una porcata colossale. Si era deciso di farla correre a Verona in concomitanza con il CIR, una scelta che non mi andò per niente giù. A mio avviso non aveva alcun senso scindere le due gare perchè i riflettori sarebbero stati tutti puntati sul CIR, mentre noi sfigati della Coppa Italia non ci avrebbe minimante calcolato nessuno. Non aveva alcun senso sia per una ragione di costi (la Coppa Italia sarebbe stata 20km più corta rispetto al campionato italiano, ndr) sia per fini di comunicazione e stimoli degli equipaggi ai quali si negava di confrontarsi coi big. Detto ciò, la Coppa Italia potrebbe essere un bellissimo campionato regionale e utilizzata dai giovani che hanno compiuto massimo 22 o 23 anni come una palestra per farsi le ossa, purchè sia allestita una vera finale degna di questo nome.

Tra gli innumerevoli rally a cui hai preso il via, quale ti è piaciuto maggiormente?

Anche in questo caso rispondo il prossimo per un motivo di ambizione e mentalità. Il prossimo rally sarà sempre il più bello.

Il ricordo più bello della carriera?

In realtà sono due i ricordi più belli. Il primo è aver vinto nel 2000 il Trofeo Punto contro tantissimi avversari, il secondo è il trionfo nel 2001 nel Motorshow a bordo della Corolla Wrc. Era il periodo d’oro della kermesse bolognese con circa 1,8 milioni di visitatori e averlo vinto quando nessuno scommettevo sul mio nome, il sottoscritto compreso, è per me motivo di grande orgoglio e soddisfazione.

Nel 2000, con la nascita della Punto Kit, nacque un Trofeo Monomarca di grande successo in cui trionfai insieme a Balbosca. Perchè oggi mancano tali iniziative?

Mancano innanzitutto perchè non abbiamo una vera identità e un riscontro mediatico. Abarth ha creato la 124 con rispettivo trofeo, ma non ha alcuna prospettiva. E poi mancano i montepremi consistenti di una volta con i quali ci si rifaceva delle uscite economiche con gli interessi. Proprio nel 2000, quando vinsi il trofeo Punto, mi rifeci alla grande di tutte spese dell’intera stagione, oggi non è più possibile. Prendete l’esempio di Subaru Italia dei primi anni del 2000. Zambelli, responsabile del marketing della casa giapponese, ideò un trofeo su terra per le Gruppo N, a cui parteciparono almeno 25 equipaggi supportato da grossi marchi quali Infostrada, investendo molto in TV e pubblicità, ma ottenendo indietro un ritorno d’immagine. Oggi mancando la comunicazione non si può più pensare ad un’iniziativa del genere. Ecco spiegata l’assenza dei trofei monomarca.

Hai partecipato spesso al Monza Rally Show, il quale ogni anno è oggetto di discussione. La tua opinione a riguardo?

Il Monza Rally Show dà fastidio a chi non lo fa, perchè se gareggi ti diverti eccome. Se avessi la possibilità lo rifarei sicuramente perchè è una manifestazione con grande consenso e riscontro e sicuramente più seguito del CIR. C’è da dire però che ci si poteva mettere in gioco fino al 2005, poi è diventata una sorta di festa privata per una questione di costi esorbitanti. Mi piacerebbe vedere per una volta i nostri grandi piloti gareggiare però con le vetture al top che utilizzano altri per vedere il loro livello.




Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *