Questa squalifica s'ha da fare: la farsa dei fari delle Mini al Montecarlo del 1966

Una storia passata nelle pagine nere dei rally, ma che non sfatò il mito delle Mini nel mondo delle corse degli anni sessanta

“Per tutta la mia carriera ho desiderato vincere il Rally di Montecarlo, ma volevo farlo in modo limpido, non in questo modo. Sono molto dispiaciuto, non so neanche se ritirerò il premio”

Più che il rombo dei motori delle quasi duecento vetture in gara, fu questa frase a riecheggiare altisonante tra le vallate nei dintorni del principato in una domenica di fine gennaio del 1966. Pauli Toivonen ha appena vinto la gara che già ai tempi veniva considerato il rally per antonomasia, un traguardo unico per la carriera di un rallysta, che scrive il proprio nome tra i dei grandi e lo lascia li indelebile. Quello che tutti sognano e che, quando arriva, ripaga di tutti gli sforzi versati per arrivare fin sul gradino più alto davanti al principe di Monaco. Ma per Pauli, in quel 20 gennaio, il suo stato d’animo non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Un vero paradosso tant’è che a 37 anni, e dopo un’altra buona dozzina passata con il volante di una macchina da corsa in mano e svariate esperienze con diverse vetture, il finlandese è riuscito a cogliere il primo, importante e tanto ricercato risultato nel panorama mondiale. Quel trionfo non è veritiero, influenzato com’è da quell’episodio alle verifiche tecniche che hanno spinto il vincitore a ritenere il suo stesso successo come qualcosa di sporco. E a non ritirare nemmeno la coppa del vincitore.

Montecarlo 1964. Bisogna tornare indietro di due anni per comprendere l’importanza di una simile situazione. E’ in questo evento che inizia ad affermarsi un epopea durata solo qualche anno ma destinata a restare nella storia e a diventare un mito. In quell’epoca la Mini Cooper è l’auto del momento, tutti la volevano, uomini, giovani, donne. Una semplice utilitaria che, almeno all’inizio non venne considerata come una potenziale protagonista del rallysmo di massimo livello. In realtà la piccola vetturetta britannica possedeva un’anima da competizione ben salda e fondata su caratteristiche tecniche ad hoc. Ruote piccole, scarsa altezza da terra ed una potenza non certo spaventosa vennero compensate da un assetto da kart, una tenuta di strada invidiabile ed un rapporto peso/potenza imbattibile. Le prime apparizioni furono tuttavia lontano dall’essere soddisfacenti e, a parte qualche risultato nelle gare minori, le Mini faticano a trovare il loro spazio nel giro che conta. La ricetta vincente fu quindi fornita da un personaggio diventato un icona non soltanto del marchio britannico, ma del motorsport in generale: John Cooper. L’ingegnere britannico, già in grado di vincere due titoli di Formula 1 con le sue omonime vetture spostando il motore dietro ai buoi, applicò le medesime idee rivoluzionarie anche sulle piccole utilitarie che portavano il suo nome. Dopo un piazzamento sfiorato ed una vittoria di classe al Rally Montecarlo del 1962 e 1963, quando la BMC (British Motor Company) era già nel panorama mondiale da qualche anno, arrivò dunque la Cooper in versione S. Motore maggiorato a 1071 cc e potenza portata a 70cv furono la chiave per permettere alla Mini aggiornata di iniziare la sua scalata verso l’olimpo. La prima occasione venne al Monte dell’anno successivo, il 1964, in cui Paddy Hopkirk sfatò le convinzioni popolari sulla reputazione della piccola Cooper, battendo la mastodontica Ford Falcon di Bo Ljungfeldt tra le micidiali speciali innevate e ghiacciate del Montecarlo dell’epoca. Con i competitor più agguerriti che mai, e dotate di vetture potenzialmente più performanti, nel 1965 giunse dunque la versione diventata poi l’icona della Cooper, la 1275 S. Ed esattamente come l’anno prima, in un’edizione della gara monegasca ricordata come una delle più dure di sempre, fu la piccola macchinetta rossa e con il tetto verniciato di bianco a presentarsi per prima sul podio del principato. Questa volta fu Timo Makinen l’artefice dell’impresa, e cosi’ sarebbe stato anche dodici mesi dopo, con ben tre Mini ufficiali a monopolizzare il podio.

L’aria nel parco di arrivò è però molto pesante quel 20 gennaio 1966. Il fantastico risultato conquistato dai tre “Davide” contro i grossi Golia è stato appena vanificato da una decisione della direzione gara tanto incompresa quanto eclatante. Il motivo? Le tre Mini Cooper S BMC sono state giudicate irregolari per via delle fanalerie non conformi alle omologazioni francesi. Una comunicazione che comporta sin da subito un richiamo allo scandalo tra media, pubblico e piloti. Anche lo stesso Pauli si è accorto che, guarda caso, la sua vettura che è stata appena dichiarata vincitrice a “tavolino” porta lo stemma di una casa francese sul cofano. A questo punto paiono chiare le intenzioni della federazione che, tra minacce di boicottamento da parte degli inglesi ed una macchia destinata a rimanere indelebile nella storia dei rally, si trovò a che fare con la rivincita sul campo delle Mini l’anno seguente. Rauno Aaltonen vola più veloci di tutti e garantisce alla casa britannica la vittoria del riscatto, che dimostra chi fosse la squadra più forte in quegli anni. Purtroppo, ancora per poco. Quello del 1968 è infatti l’ultimo Montecarlo con le Mini ufficiali al via. John Cooper ha ormai superato lo zenit e preso la decisione: ritirare il programma ufficiale ed abbandonare i rally.

La storia della Mini acquistò ben presto quell’aurea di leggenda, per la prima volta delle piccole “scatolette” misero in riga le vetture mastodontiche che all’epoca erano considerate i punti cardini tecnici nel mondo dei rally. Una sorta di rivalsa dei più deboli, che non venne scalfita nemmeno da simili sconfitte a tavolino, volute da fattori esterni costretti a ricorrere a questi sporchi rimedi per fermare le imbattibili Cooper.

Per il buon Pauli Toivonen, invece, sempre riluttante nel considerare sua quella vittoria sporca, tant’è che non ritirò la coppa del vincitore e non corse più per Citroen, ci fu anche per lui il modo di prendersi una dolce rivincita. Esattamente vent’anni dopo il figlio Henri fece suo quel Rally Montecarlo tanto voluto, ricercato ed inseguito dal padre con una gara che, contrariamente ai fattacci del ’66, passò alla storia come uno degli emblemi di perfetta coabitazione tra abilità di guida, strategia di squadra e talento puro. Quando si dice il destino…

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