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Delta S4 – La leggenda del divin destriero

La celebrazione, quasi poetica, della più mitica delle auto da rally

Semplicemente … più! Più d’un cavallo di razza! Perché uno di quelli selezionati tra esemplari già campioni ideali per le corse negli ippodromi, perché destinati a vincere e a vincere solamente.

Più d’un mito! Se bisogna scegliere tra quelli che la storia automobilistica colleziona per il piacere di una bacheca destinata a fare scena come nessun’altra.

Più d’un segno della sorte! Se, per esser fatalisti, si tratta di cercare in mezzo alle trame meno attese e, lì, di trovare il più sorprendente dei doni concessi dal destino.

Più di tutto ciò che ci si attende da un’auto da rally! Con la sua straordinaria prestazionalità e con quel classico fascio di emozioni che si scatenano a bollire nelle vene fin dalla prima pressione sul pedale dell’acceleratore.

E, con questo più, si potrebbe continuare ancora per tanto, abbastanza da non poterne più e strappare il velo del mistero col più deciso dei gesti, per poi guardare, ammirare, contemplare il bolide più potente mai realizzato da Lancia per le competizioni rallystiche: la mitica, indomabile, indimenticabile “Delta S4”!!!

“Delta”. Perché era la Lancia “Delta” il suo originale di derivazione. “S” perché iniziale di “Sovralimentata”, mentre “4” perché, semplicemente, 4 erano le ruote motrici. Insomma, una sigla tutt’altro che criptica per far da sigillo, ma, in certo modo, una denominazione intrigante quel che bastava per non fare domande e per aver subito chiara la missione che la Casa madre intendeva perseguire: quella d’una punta di diamante con qualcosa di ben oltre tutte le carte in regola, per dominare uno degli agoni sportivi di maggior prestigio in ambito motoristico.

E’ poi vero che la “Delta”, all’epoca in commercio, era l’automobile di listino dalla quale proveniva, ma lo è altrettanto che il richiamo al modello “normale” fosse più di forma che di sostanza. A dirlo, era innanzitutto il vestito, quella carrozzeria resa specifica – e talmente singolare – dall’obiettivo di superlative prestazioni. Dalle diverse geometrie dell’abitacolo ai montanti posteriori pompati, fino alla stessa distribuzione degli spazi funzionali, l’intero corpo vettura rifletteva un’ambizione estetica assai differente da quella che aveva animato la matita del disegnatore della “Delta”.

Non a caso, il processo di costruzione, congegnato e supervisionato dall’ingegner Claudio Lombardi (responsabile tecnico della scuderia “Lancia Martini” e babbo genetico della “S4”), non solo era separato da quello seguito per la corrispondente di serie, ma, sopra tutto, era di canone squisitamente artigianale. Dopo l’operazione d’imbastimento della scocca (un monoscocca a traliccio tubolare) e delle intelaiature da parte di due officine specializzate – acciaio, molilbdeno e cromo i materiali utilizzati – lo scheletro della vettura raggiungeva il complesso di Borgo San Paolo, una delle sedi storiche della Lancia a Torino, dove si proseguiva con il montaggio delle componenti meccaniche e del motore, un 1759,3 cc sorretto da quattro cilindri, prodotto direttamente dall’Abarth, disposto in posizione centrale longitudinale e capace di … 530 cv! All’aspirazione erano deputati un turbocompressore KKK K27 e un compressore volumetrico Abarth Volumex R18/2.

La carrozzeria, invece, era in resina, fibra di carbonio e kevlar, materiali, già per l’epoca, decisamente il meglio in termini di leggerezza e resistenza, mentre il sistema frenante prendeva corpo in quattro dischi autoventilanti.

Questa sequela avvenne almeno per duecento volte, tante quante ne richiedeva, come minimo, il Regolamento del “Gruppo B” per l’iscrizione ad un Campionato che, all’epoca, richiedeva l’omologazione di auto di serie a ciascuna delle partecipanti. Il risultato finale, quello per il colpo d’occhio, era qualcosa di somigliante solo di lontano alla “Delta” ordinaria. Probabilmente, l’elemento che più avrebbe permesso di ricordare la matrice originaria (oltre alla coincidenza di essere una due volumi), era dato dal frontale, in grazia pure di una fanaleria composta di due coppie di fari tondi, simili ma non identici a quelli della “HF Turbo i.e. 16v”, vale a dire la versione più spinta della stradale ordinaria, di cui conservava intatta la sagoma.

Detto quasi bisbigliato, ma, in realtà, il motore Abarth per le duecento “S4” dirette alla commercializzazione, contava “appena” 250 cv, poco meno della metà di quelli previsti per gli esemplari destinati alle competizioni.

Fin dalla sua prima apparizione in pista, si comprese quanto dovessero temere i principali competitori della Lancia, vale a dire Peugeot e Audi. Al marchio d’Oltralpe, infatti, faceva capo la “206 Turbo 16 E2”, una bestiolina prestante, agile e rabbiosa quel giusto per alzare polveri asfissianti di sconfitta per i radiatori delle altre vetture in gara. A quello tedesco, invece, la maestosa “Sport Quattro”, una mostruosità in termini di potenza (si danzava intorno ai 500 cv) che, per giunta, poteva contare su un sistema di trazione integrale sofisticato ed estremamente efficace, congeniale per tutti quei fondi irregolari tipici che sono le piste da rally.

Dal primissimo esordio, quello della quattordicesima edizione delle “Colline di Romagna” nel 1985 e, sempre nel corso dello stesso anno, dall’esordio nel Campionato mondiale con gli equipaggi a prevalenza di sangue finlandese Allen-Kivimaki e Toivonen-Wilson, l’adrenalina scorrerà a fiumi, con corone d’alloro indossate a iosa anche da piloti del calibro di Miki Biason, Mikael Ericsson; Dario Cerrato, Fabrizio Tabaton o Kalle Grundel.

Insomma, le vittorie pioveranno in Casa Lancia colla medesima, terrificante velocità con cui la “S4” affronterà brecciati e tornanti. Nell’arco di dodici gare, un totale di quindici podi e un titolo europeo Piloti. In tutta verità, i risultati sarebbero stati anche più brillanti, sfocianti nella conquista del Mondiale Piloti, se non fosse stato per il caso Peugeot. Pomo della discordia alcune irregolarità registrate nella “206 T16 E2”, la vettura che gareggiava per la Casa del Leone nel massimo Campionato rally nel 1986. La perdita di punteggio che avrebbero dovuto comportare, venne infatti annullata da una sentenza della FISA del 18 Dicembre di quello stesso anno.

Sembrerebbe un capriccio del destino, ma questo prodotto del genio automobilistico italiano non potette mai esser goduto che per l’attimo di poco più di un anno. Malgrado, infatti, i primi, immediati, travolgenti successi nel 1985, la Lancia dovette fare presto i conti col grave evento luttuoso che falciò una delle sue squadre. A Maggio del 1986, durante la tappa del Tour de Corse, la “S4” pilotata da Henri Toivonen e navigata da Sergio Cresto, perse improvvisamente aderenza, andando a schiantarsi tra le profondità di un burrone.

Fu, questo, come un segno inequivocabile dei cieli, che quello scelto da Lancia con tale specialissimo modello, fosse un solo giorno da leone. Un giorno che, nel complesso temporale della storia dell’automobile, ha finito per somigliare ad uno sfolgorante lampo sulla volta celeste, inteso ad illuminare e far sognare, accecare e lasciare una traccia indelebile sul fondo dell’anima.

D’altra parte, quello capitato a Toivonen non fu l’unico tra gli incidenti mortali che, fino ad allora, avevano costellato i calendari del “Gruppo B”, in maggior parte dovuti all’eccessiva potenza concessa alle automobili in gara. Ragion per cui, di lì a poco, si decise di archiviarne definitivamente l’esperienza, ridimensionando i parametri di accesso.

Per vero, se la vita della “S4” si risolse in una manciata d’episodi avvincenti ma dal finale drammatico, non passò che tanto avvenisse senza frutto. Dalla vicenda, infatti, il Reparto Corse di Casa Lancia trasse spunti, contenuti e insegnamenti che furono travasati nella creazione della “Delta 4WD”, vale a dire la versione della “Delta” di listino a trazione integrale con la cavalleria necessaria a competere nel “Gruppo A” del Campionato del Mondo Rally. Fu, cioè, come se, al momento del parto, una madre avesse deciso di sacrificare la propria vita pur di dare alla luce una figliolanza che avrebbe potuto non solo vivere a lungo, ma pure tener viva e onorare la sua memoria grazie alle doti da lei stessa ereditati.

Oggi, la “S4” corrisponde ad un’icona leggendaria, un’idea superlativa di rally che, pur se per poche folate di tempo, ha saputo andare perfino oltre i sogni di un’intera generazione. Come in quei casi rari di autovetture in grado di diventare storia oltre che di parteciparla, questa Delta così unica ha lasciato una traccia di luce profonda e straordinariamente intensa, capace, cioè, di reggere nel tempo dentro i cuori di chiunque ami la disciplina del rally.

Senza tradire i confini dell’aurea del mito, senza nemmeno peccare nella quantità d’incenso da spargere intorno ad una divinità della potenza su quattro ruote, è possibile financo ammettere che, senza l’apparizione di questa meteora tra le tante stelle che splendono sul pianeta della passione per la velocità, la storia del rally moderno non avrebbe forse avuto quel sapore fenomenale che vanta a tutt’oggi.

A mostrarlo e dimostrarlo, le costanti partecipazioni alle manifestazioni di rievocazione, ma pure a gare vere e proprie, dove le doti di questa speciale Lancia riemergono puntualmente, come, puntualmente, sbalordiscono gli spettatori che affollano i bordi delle carreggiate, mentre, da parte di chi pilota, arriva sempre pronta l’onesta ammissione, a fine corsa, d’un certo margine di difficoltà nel tenere a bada l’enorme potenza sprigionata. Ma, d’altra parte, cosa ci sarebbe stato da aspettarsi da quello che, tra i purosangue prestati al circo forse più entusiasmante dello sport motoristico su strada, è quello la cui divina ascendenza ha una prova precisa in prestazioni di gran lunga fuor del comune? Quelle, appunto, di un divino destriero della velocità entrato nella leggenda trentasette anni fa e, da quel momento, nella leggenda rimasto vivo per far da sole sempre più alto e radioso sulla vita del rally.

 

Fonti bibliografiche nelle disposizioni dell’Editore

Photo Credit: Rallygroupbshrine
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