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4 MIN

Dakar 2026, Loeb fa il punto a Riyadh: “Nasser è nel suo deserto, ma voglio batterlo”

Il francese arriva al giorno di riposo con tutte e quattro le Dacia ancora in gara: bilancio positivo nonostante forature e tappe “senza scorta”. In classifica è quarto a 17’, ma la seconda settimana è ancora tutta da scrivere

Se c’è una cosa che alla Dakar non va mai data per scontata, è arrivare vivi e interi al giro di boa. E infatti
Sébastien Loeb sorride – con quell’aria da uno che ne ha viste abbastanza da non esultare troppo presto – al traguardo
del giorno di riposo di Riyadh. Per la Dacia, il primo obiettivo “di sistema” è centrato:
tutte e quattro le Sandriders sono ancora in gara. Per lui, invece, la fotografia dice 4° posto tra le auto,
con 17 minuti da recuperare sul compagno di squadra Nasser Al-Attiyah.Il bilancio della prima settimana è positivo, ma senza vernici zuccherate: Loeb ammette che non è stato un avvio perfetto e che la classifica
è figlia soprattutto di una parola che nel 2026 sembra comparire ovunque: forature.

“Non una settimana perfetta, ma esserci è già tanto”

Loeb parte da un concetto chiaro: arrivare al riposo non è un dettaglio, è una tappa fondamentale. “Non è stata una settimana perfetta”,
spiega, “ma siamo qui a Riyadh e questa è già una soddisfazione”. Il motivo? Un inizio complicato, condizionato da gomme e imprevisti:
“La corsa è partita in salita con tante forature che hanno influenzato la nostra posizione in classifica”.

E il passaggio che racconta bene quanto siano stati delicati alcuni frangenti è quello sulle speciali affrontate praticamente “inermi”:
Loeb sottolinea che, soprattutto nelle prime tappe, si è trovato a macinare chilometri con una gestione al limite:
“Ci sono state speciali, soprattutto le prime, in cui abbiamo fatto chilometri e chilometri senza una ruota di scorta.
Incrociando le dita”.

Finalmente sabbia: “Respiro, ma non è mai un regalo”

L’arrivo della sesta tappa, più “di deserto”, gli ha dato un minimo di respiro. Non perché la sabbia sia facile – Loeb lo dice chiaramente –
ma perché dopo giorni di gestione e imprevisti, tornare su un terreno più “pulito” per certi aspetti aiuta a ritrovare il ritmo.
Ho tirato un respiro di sollievo, anche se non è un fondo da sottovalutare. Siamo andati all’attacco”.

Poi arriva l’ammissione che spiega perché Al-Attiyah sia ancora il riferimento: “Sappiamo che su questo tipo di terreno
Nasser fa la differenza”.

Recuperare 17 minuti: “Serve una Dakar intelligente”

Il distacco è importante, ma la gara non è finita: Loeb lo ripete più volte, ragionando in termini di strategia.
Recuperare non significa per forza attaccare sempre e comunque, anzi: “Si recupera facendo meno errori possibili”.

E qui arriva la parte più “Dakar”: anche se è quarto, non può permettersi di guidare sempre col coltello tra i denti.
“Non possiamo andare all’attacco in ogni momento”, spiega, “ci sono situazioni in cui bisogna gestire,
capire quando è il caso di alzare un po’ il piede, perché la minima sbavatura può costare minuti”.

Alla domanda se sia soddisfatto, la risposta è un sì misurato: “Dirò di sì. Siamo ancora in corsa per la vittoria
e ci aspetta tutta la seconda settimana”.

Non c’è solo Nasser: “Le Ford ci sono, e Lategan sta facendo una grande Dakar”

Loeb non riduce tutto a un derby interno. Nel suo radar ci sono anche gli altri: “C’è Nasser, ma le Ford non scherzano.
E poi Lategan sulla Toyota sta facendo un’ottima Dakar”.

Dacia: “Progetto giovane, ma più solidi di un anno fa”

Uno dei punti centrali dell’intervista è il lavoro della squadra: Loeb definisce il gruppo “forte e determinato”
e riconosce che l’affidabilità è un tema naturale quando il progetto è ancora giovane.
“Abbiamo sofferto qualche problema di affidabilità, proprio perché il progetto Dacia è giovane”.

Ma la sensazione è che il pacchetto sia cresciuto: “È stato fatto un ottimo lavoro di preparazione e siamo partiti
in modo più solido rispetto allo scorso anno”. E ribadisce la missione principale centrata:
“Avere tutte e quattro le vetture in gara a Riyadh per il riposo”.

“Ora inizia la parte dura. L’obiettivo è uno”

Il cambio di passo mentale è chiaro: superato il giro di boa, la Dakar diventa più selettiva. Loeb non la gira attorno:
“Adesso inizia la parte più dura”. E l’obiettivo lo mette giù secco: “È uno solo: vincere”.

Al-Attiyah: “È nel suo playground”

Sul compagno-rivale Loeb è lucidissimo: lo definisce il più esperto, uno cresciuto nel deserto, nel suo habitat naturale.
“Nasser è il pilota più esperto dello schieramento, è cresciuto in questo deserto: è il suo playground”.

E poi l’affondo tecnico: “È imbattibile sulla sabbia e sulle dune, ma va forte su ogni terreno”.
Le cinque vittorie alla Dakar, aggiunge, gli portano un vantaggio psicologico evidente: “Gli danno sicurezza e fiducia,
e soprattutto lo tolgono dalla pressione: non ha niente da dimostrare. È nella condizione migliore per affrontare la gara”.

Pressione? “Me la metto già da solo”

Se fuori qualcuno vuole caricarlo, Loeb taglia corto: “Ci siamo preparati tanto per questa Dakar,
sono io il primo a mettermi pressione. Non ne ho bisogno di altra dall’esterno”.

Il rituale prima di una speciale

L’ultima immagine è quasi cinematografica: quel momento di silenzio prima di partire. Loeb racconta una routine che serve a isolarsi e
“entrare nel lavoro”: “Chiudo la portiera, allaccio le cinture, controllo la radio, tutti i bottoni”.
È un modo per “rientrare in noi stessi” e focalizzarsi, perché – parole sue – “la Dakar richiede
massima concentrazione e una mente fredda”.

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