Dakar 2026, Loeb fa il punto a Riyadh: “Nasser è nel suo deserto, ma voglio batterlo”
Il francese arriva al giorno di riposo con tutte e quattro le Dacia ancora in gara: bilancio positivo nonostante forature e tappe “senza scorta”. In classifica è quarto a 17’, ma la seconda settimana è ancora tutta da scrivere
del giorno di riposo di Riyadh. Per la Dacia, il primo obiettivo “di sistema” è centrato:
tutte e quattro le Sandriders sono ancora in gara. Per lui, invece, la fotografia dice 4° posto tra le auto,
con 17 minuti da recuperare sul compagno di squadra Nasser Al-Attiyah.Il bilancio della prima settimana è positivo, ma senza vernici zuccherate: Loeb ammette che non è stato un avvio perfetto e che la classifica
è figlia soprattutto di una parola che nel 2026 sembra comparire ovunque: forature.
“Non una settimana perfetta, ma esserci è già tanto”
Loeb parte da un concetto chiaro: arrivare al riposo non è un dettaglio, è una tappa fondamentale. “Non è stata una settimana perfetta”,
spiega, “ma siamo qui a Riyadh e questa è già una soddisfazione”. Il motivo? Un inizio complicato, condizionato da gomme e imprevisti:
“La corsa è partita in salita con tante forature che hanno influenzato la nostra posizione in classifica”.
E il passaggio che racconta bene quanto siano stati delicati alcuni frangenti è quello sulle speciali affrontate praticamente “inermi”:
Loeb sottolinea che, soprattutto nelle prime tappe, si è trovato a macinare chilometri con una gestione al limite:
“Ci sono state speciali, soprattutto le prime, in cui abbiamo fatto chilometri e chilometri senza una ruota di scorta.
Incrociando le dita”.
Finalmente sabbia: “Respiro, ma non è mai un regalo”
L’arrivo della sesta tappa, più “di deserto”, gli ha dato un minimo di respiro. Non perché la sabbia sia facile – Loeb lo dice chiaramente –
ma perché dopo giorni di gestione e imprevisti, tornare su un terreno più “pulito” per certi aspetti aiuta a ritrovare il ritmo.
“Ho tirato un respiro di sollievo, anche se non è un fondo da sottovalutare. Siamo andati all’attacco”.
Poi arriva l’ammissione che spiega perché Al-Attiyah sia ancora il riferimento: “Sappiamo che su questo tipo di terreno
Nasser fa la differenza”.
Recuperare 17 minuti: “Serve una Dakar intelligente”
Il distacco è importante, ma la gara non è finita: Loeb lo ripete più volte, ragionando in termini di strategia.
Recuperare non significa per forza attaccare sempre e comunque, anzi: “Si recupera facendo meno errori possibili”.
E qui arriva la parte più “Dakar”: anche se è quarto, non può permettersi di guidare sempre col coltello tra i denti.
“Non possiamo andare all’attacco in ogni momento”, spiega, “ci sono situazioni in cui bisogna gestire,
capire quando è il caso di alzare un po’ il piede, perché la minima sbavatura può costare minuti”.
Alla domanda se sia soddisfatto, la risposta è un sì misurato: “Dirò di sì. Siamo ancora in corsa per la vittoria
e ci aspetta tutta la seconda settimana”.
Non c’è solo Nasser: “Le Ford ci sono, e Lategan sta facendo una grande Dakar”
Loeb non riduce tutto a un derby interno. Nel suo radar ci sono anche gli altri: “C’è Nasser, ma le Ford non scherzano.
E poi Lategan sulla Toyota sta facendo un’ottima Dakar”.
Dacia: “Progetto giovane, ma più solidi di un anno fa”
Uno dei punti centrali dell’intervista è il lavoro della squadra: Loeb definisce il gruppo “forte e determinato”
e riconosce che l’affidabilità è un tema naturale quando il progetto è ancora giovane.
“Abbiamo sofferto qualche problema di affidabilità, proprio perché il progetto Dacia è giovane”.
Ma la sensazione è che il pacchetto sia cresciuto: “È stato fatto un ottimo lavoro di preparazione e siamo partiti
in modo più solido rispetto allo scorso anno”. E ribadisce la missione principale centrata:
“Avere tutte e quattro le vetture in gara a Riyadh per il riposo”.
“Ora inizia la parte dura. L’obiettivo è uno”
Il cambio di passo mentale è chiaro: superato il giro di boa, la Dakar diventa più selettiva. Loeb non la gira attorno:
“Adesso inizia la parte più dura”. E l’obiettivo lo mette giù secco: “È uno solo: vincere”.
Al-Attiyah: “È nel suo playground”
Sul compagno-rivale Loeb è lucidissimo: lo definisce il più esperto, uno cresciuto nel deserto, nel suo habitat naturale.
“Nasser è il pilota più esperto dello schieramento, è cresciuto in questo deserto: è il suo playground”.
E poi l’affondo tecnico: “È imbattibile sulla sabbia e sulle dune, ma va forte su ogni terreno”.
Le cinque vittorie alla Dakar, aggiunge, gli portano un vantaggio psicologico evidente: “Gli danno sicurezza e fiducia,
e soprattutto lo tolgono dalla pressione: non ha niente da dimostrare. È nella condizione migliore per affrontare la gara”.
Pressione? “Me la metto già da solo”
Se fuori qualcuno vuole caricarlo, Loeb taglia corto: “Ci siamo preparati tanto per questa Dakar,
sono io il primo a mettermi pressione. Non ne ho bisogno di altra dall’esterno”.
Il rituale prima di una speciale
L’ultima immagine è quasi cinematografica: quel momento di silenzio prima di partire. Loeb racconta una routine che serve a isolarsi e
“entrare nel lavoro”: “Chiudo la portiera, allaccio le cinture, controllo la radio, tutti i bottoni”.
È un modo per “rientrare in noi stessi” e focalizzarsi, perché – parole sue – “la Dakar richiede
massima concentrazione e una mente fredda”.