Neuville sul Safari: “Serve una gara più dura, più vera e con auto pensate apposta”
Il belga chiede una Safari Rally Kenya ancora più estrema nella sua identità
Il Safari Rally Kenya resta una delle poche gare del Mondiale capaci di mettere tutti d’accordo su un punto: qui, più che altrove, non basta essere veloci. Serve resistere. E dopo l’edizione 2026, durissima come pochi si aspettavano anche nel paddock, Thierry Neuville ha acceso il dibattito chiedendo un futuro ancora più “old school” per la classica africana.
Secondo il campione belga, il Safari dovrebbe diventare ancora più riconoscibile e specifico all’interno del calendario WRC, non solo nel fascino e nelle immagini che sa regalare, ma anche nella sua struttura tecnica e sportiva. L’idea è chiara: più giorni di gara, speciali più lunghe, meno prove nello stesso giorno e vetture adattate davvero a un contesto unico come quello kenyano.
Del resto, la gara del 2026 ha confermato in pieno tutte le previsioni della vigilia. I piloti avevano parlato della Safari più dura dell’era moderna e la realtà non li ha smentiti. Le piogge intense cadute nei giorni precedenti hanno aggravato ulteriormente le condizioni del percorso, trasformando l’evento in una lotta continua contro fango, pietre, acqua e problemi meccanici. Nessuno tra i protagonisti della Rally1 è uscito indenne da un fine settimana così severo: metà del gruppo ha dovuto fare i conti con almeno un ritiro parziale nel corso dei vari leg. Perfino il vincitore Takamoto Katsuta ha perso l’interfono già sulla SS1 e ha incassato una doppia foratura sulla SS7.
Neuville stesso non è stato risparmiato. Il pilota Hyundai ha dovuto alzare bandiera bianca dopo aver accusato due forature e in seguito un problema al semiasse sulla SS14. Ma nonostante tutto, il belga non ha messo in discussione il valore del Safari. Anzi: per lui resta una delle anime più autentiche del Mondiale, una gara che il WRC deve proteggere e valorizzare.
“A me piace correre nei rally. A tutti piace il rally e l’avventura. E anche in ottica campionato, questa gara regala immagini nuove e spettacolari, che il WRC ha bisogno di avere. Quelle foto delle auto nel fango fanno il giro del mondo. È esattamente ciò di cui il WRC ha bisogno”.
Il punto, però, è che secondo Neuville questa identità andrebbe accompagnata da un regolamento e da soluzioni tecniche più coerenti con la natura del Safari. Non si tratta di snaturarlo, ma al contrario di renderlo ancora più vero e più giusto dal punto di vista sportivo.
“Penso che potremmo renderlo più specifico, con più giorni di gara, prove speciali più lunghe ma meno speciali ogni giorno. Si potrebbe consentire un’assistenza tra una prova e l’altra, un po’ come succedeva in passato. E magari permettere un paraurti anteriore diverso, per evitare che il fango finisca nel radiatore, rendendo la macchina più protetta anche contro acqua e schizzi”.
“Forse servirebbero anche dei bracci delle sospensioni più robusti e qualche altro piccolo accorgimento per aiutare l’auto a sopravvivere. Così sarebbe tutto molto più bello anche per la competizione: tutti potrebbero attaccare su un livello più simile, e sarebbe meglio per tutti”.
Tradotto: per affrontare davvero il Safari, servirebbero Rally1 più robuste e più specifiche, capaci di reggere un contesto che non ha nulla a che vedere con quello degli altri rally del campionato. Una visione che, nel paddock, non è affatto isolata.
Il leader del mondiale Elfyn Evans, ad esempio, ha sottolineato come servirebbe maggiore flessibilità nella gestione della gara, soprattutto quando il meteo porta condizioni fuori scala.
“Credo che un po’ più di flessibilità non guasterebbe, soprattutto con tutta l’acqua che ci siamo trovati ad affrontare. Servirebbe un po’ più di buon senso nel decidere quali tratti disputare e quali no quando il meteo diventa estremo”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Oliver Solberg, che ha affrontato la questione con un pragmatismo piuttosto diretto: il costo di alcune modifiche specifiche sarebbe minimo rispetto al valore complessivo delle vetture.
“Le Rally1 costano già un milione e mezzo, quindi se ci spendi altri duemila euro per proteggere la macchina non cambia nulla nel budget”.
“Bisognerebbe permettere, alla FIA o a chi di dovere, di rendere le auto un po’ più robuste per questa fantastica avventura. È l’avventura più bella dell’anno. È il rally più duro, più difficile, ed è semplicemente qualcosa di speciale. Basta rendere le macchine un po’ più forti”.
Ancora più netta la posizione di Adrien Fourmaux. Per il francese della Hyundai, il Safari è talmente estremo e diverso da tutto il resto del campionato da richiedere quasi una filosofia a parte.
“È chiaro che il rally è così estremo e così diverso da tutti gli altri che avremmo bisogno di una specifica speciale. Direi quasi di una classe aperta per questa gara, perché è talmente unica che non puoi preparare una macchina apposta per un solo evento del campionato”.
Dall’altra parte della barricata c’è però il WRC Promoter, che non sembra avere alcuna intenzione di cambiare rotta. Il senior event director Simon Larkin ha ribadito che l’obiettivo, fin dal ritorno del Safari nel mondiale, era quello di costruire una versione moderna della gara, senza aprire la porta a omologazioni particolari, vetture dedicate o test extra.
“Quando abbiamo riportato il Safari nel Mondiale, siamo stati molto chiari: volevamo un Safari moderno da WRC. Non volevamo costruire auto extra, non volevamo test aggiuntivi, né parti omologate separate o cose simili. E penso che ci siamo riusciti”.
“Anche alcuni piloti che qui non hanno ottenuto grandi risultati hanno comunque percepito quel senso di avventura e si sono divertiti. Pensiamo che sia una parte importante del guidare. E li sentiamo dire: ‘Devo solo arrivare in fondo, devo solo arrivare in fondo’. Non tutto deve essere uno sprint”.
Ed è proprio qui che si apre il vero tema. Che cosa deve essere oggi il Safari Rally Kenya? Una gara moderna, inserita nel quadro regolamentare attuale, oppure una prova capace di derogare in parte alla normalità del WRC per restare davvero fedele alla sua leggenda?
Il Safari è tornato nel calendario iridato nel 2021, dopo 19 anni di assenza, e ancora oggi rappresenta uno degli eventi più iconici dell’intera stagione. Ma con nessun accordo ancora definito per il 2027, la discussione sul suo futuro e sulla sua identità rischia di diventare presto ancora più centrale. E dopo un’edizione come quella del 2026, il messaggio arrivato dai piloti sembra piuttosto chiaro: se il Safari deve essere il Safari, allora forse deve esserlo fino in fondo.