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Perdere il Mondiale…

L'ennesima debacle della Nazionale di Calcio lancia un chiaro segnale anche ai rally: la storia non basta!

Perdere il Mondiale, a volte, non significa solo restare fuori da un tabellone. Significa raccontare a tutto il mondo che qualcosa, dentro casa tua, non funziona più come dovrebbe. L’Italia del calcio lo ha scoperto nel modo più crudele: per la terza volta consecutiva guarderà la Coppa del Mondo da lontano, schiacciata non da un singolo episodio, non da una serata storta, ma dal peso di un sistema che da troppo tempo rincorre invece di guidare.

La tentazione, in questi casi, è sempre la stessa. Cercare il colpevole del giorno. L’allenatore. Il rigore sbagliato. La scelta di formazione. Il dirigente. Tutto vero, forse. Ma anche terribilmente comodo. Perché quando manchi tre Mondiali di fila, la verità è una sola: non hai perso una partita, hai perso una direzione. Hai smesso di costruire. Hai smesso di investire davvero sulla base, sulle idee, sulla filiera, su una visione che tenga insieme centro e periferia, vertice e fondamenta.

Ed è qui che, volendo, il calcio può diventare una metafora perfetta per uno dei grandi temi che tiene banco da tempo nel mondo dei rally italiano.

Perché anche nel nostro mondo, appena si tocca una geografia storica, appena si sfiora una consuetudine, appena si mette in discussione un equilibrio sedimentato, parte immediatamente la polemica. Tradizioni da difendere, territori da rispettare, identità da preservare. Tutto legittimo. Anzi: doveroso. Ma a una certa bisogna anche avere il coraggio di farsi una domanda un po’ più scomoda.

Vogliamo semplicemente conservare quello che abbiamo, oppure vogliamo costruire qualcosa che conti di più?

Il tema, in fondo, è tutto lì. Non Sardegna contro Roma. Non isola contro capitale. Non passato contro presente. Il tema è se l’Italia, quando parla di motorsport, abbia davvero voglia di ragionare in termini di prodotto, di sistema, di posizionamento internazionale. Perché il Mondiale non si tiene in piedi soltanto con la bellezza delle prove speciali o con il fascino di una cartolina. Si tiene in piedi con una macchina più grande: investimenti, relazioni istituzionali, visione commerciale, capacità di attrarre pubblico, sponsor, media, ospitalità, esperienza.

E allora sì, anche un eventuale spostamento del baricentro verso Roma, o comunque un’apertura a una logica più ampia, più centrale, più “imprenditoriale” nel senso alto del termine, non andrebbe letto come un tradimento. Andrebbe letto come un tentativo di fare finalmente ciò che in Italia spesso ci riesce malissimo: fare quadrato. Mettere insieme gli interessi, trovare una regia, trasformare una gara in un evento e un evento in un sistema.

Perché il punto non è soltanto dove corrono le macchine. Il punto è dove vuoi portare il movimento e quanto vuoi che conti all’interno di un sistema più grande.

La Sardegna, in questi anni, ha avuto meriti enormi. Ha dato al WRC italiano identità, paesaggi, personalità sportiva, riconoscibilità tecnica. È stata casa, ed è stata anche simbolo. Ma proprio perché il rally non è una reliquia da museo, bisogna evitare l’errore più italiano di tutti: scambiare la memoria per strategia. La storia conta, eccome. Però da sola non basta a garantirti il futuro.

Il calcio insegna esattamente questo. Per anni ci siamo raccontati che il blasone fosse ancora una garanzia. Che il peso della maglia, prima o poi, ci avrebbe rimesso in carreggiata. Che bastasse ricordare il 1982, il 2006, la tradizione, la tattica, l’orgoglio. E intanto gli altri costruivano. Programmi, centri tecnici, reclutamento, formazione, prodotti migliori. Noi invece continuavamo a vivere di rendita, finché la rendita è finita.

Nel rally rischiamo la stessa trappola ogni volta che affrontiamo il tema con spirito difensivo. Ogni volta che il dibattito si riduce a una guerra di campanile. Ogni volta che la discussione si incarta su “si è sempre fatto così”. Perché il mondiale rally (a breve orfano di un promoter), piaccia o no, oggi non premia soltanto chi ha una grande tradizione sportiva. Premia chi sa vendersi bene, chi sa organizzare meglio, chi sa offrire una piattaforma forte a costruttori, promoter, sponsor e territori.

E Roma, da questo punto di vista, rappresenta un’idea. Non necessariamente l’unica. Non automaticamente la migliore per definizione. Ma certamente un’idea che obbliga il sistema a uscire dal recinto. Una capitale è una vetrina, un moltiplicatore, un luogo che può parlare a pubblici diversi, che può rendere più semplice costruire relazioni, attivazioni, narrazione, peso specifico e politico. Se la usi bene, non è soltanto una sede. È uno strumento.

Il vero salto, quindi, non è “spostare una gara”. É cambiare mentalità. Accettare che per tenerti stretto un Mondiale non basta dire “ce lo meritiamo”. Devi dimostrarlo. Devi costruire attorno all’evento un ecosistema credibile, moderno, competitivo. Devi fare in modo che quella tappa non sia solo bella per chi la vive a bordo strada, ma desiderabile per chi la finanzia, la racconta, la promuove, la difende nei tavoli che contano.

In questo senso il paradosso è interessante. Mentre il calcio italiano continua a pagare la sua incapacità di riformarsi davvero, il rally ha davanti un’occasione opposta: usare la discussione, anche dura, anche divisiva, per alzare il livello della riflessione. Non chiudersi a riccio, ma domandarsi cosa serve per restare centrali. Non limitarsi a difendere una tappa, ma ragionare su come rafforzare l’intero sistema.

Perdere il Mondiale, allora, non è soltanto ciò che succede a una Nazionale quando manca una qualificazione. È anche ciò che rischi ogni volta che non hai il coraggio di evolverti. Ogni volta che confondi l’attaccamento con l’immobilismo. Ogni volta che pensi che basti avere una grande storia per meritare automaticamente un grande futuro.

L’Italia del calcio oggi è il manifesto di questo errore. Il rally italiano, invece, è davanti a un bivio. Può reagire da corporazione, chiudendosi nelle sue nostalgie. Oppure può fare qualcosa di molto più difficile, ma molto più utile: prendere sul serio la parola “sistema”.

Perché in fondo i Mondiali non si perdono quando te li portano via.
Si perdono molto prima.
Si perdono quando smetti di costruire le ragioni per tenerteli stretti.

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