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Jon Armstrong: un debutto nel Rally1 che vale più di un risultato

Jon Armstrong ha mostrato buone premesse al Monte Carlo, ma ha anche imparato una lezione preziosa

Il debutto di Jon Armstrong in Rally1 al Monte-Carlo non va raccontato con i numeri, ma con le sensazioni. Perché se guardiamo solo il risultato finale, rischiamo di non capire nulla. Se invece guardiamo come è arrivato a quel risultato (e al ritiro), il discorso cambia parecchio.

Diciamolo subito: Armstrong non ha sfigurato, anzi. Nei primi chilometri ha fatto qualcosa che pochi esordienti riescono a fare davvero: guidare senza sembrare spaesato. La Rally1 non l’ha intimidito, il contesto nemmeno. E trovarsi terzo assoluto nelle primissime fasi di gara, su un terreno infame come il Monte-Carlo, non è solo fortuna o circostanza: è base di talento vera.

Ma è proprio qui che nasce il punto chiave. Il Rally1 è una categoria che ti illude. Ti fa credere di essere pronto prima di esserlo davvero. Armstrong ha assaggiato il ritmo, ha visto che poteva stare lì, e poi è stato riportato brutalmente alla realtà da una situazione tipicamente “WRC”: aderenza che cambia in un metro, una scelta sbagliata, una vettura danneggiata e gara finita.

Errore? Sì. Ma più che un errore di guida, è stato un errore di esperienza. E questo conta, perché oggi il WRC non perdona più nulla. Non è il campionato dove puoi imparare sbagliando troppo a lungo. Se vuoi restare, devi dimostrare non solo velocità, ma capacità di sopravvivenza sportiva.

La cosa che però convince davvero è il modo in cui Armstrong legge quello che gli è successo. Niente scuse, niente vittimismo. Il suo focus è quasi “da tecnico”: gestione della macchina, riparazioni, lucidità nei momenti critici. Ed è qui che si capisce se un pilota può fare strada. Perché il Rally1 non è per chi va forte una volta, ma per chi impara più in fretta degli altri.

Detto questo, serve chiarezza: Armstrong non è ancora pronto per essere protagonista. E va benissimo così. Sarebbe un errore – suo e del team – caricarlo di aspettative premature. Il rischio è bruciarlo, come è successo a tanti giovani messi troppo presto sotto i riflettori. La sua stagione dovrebbe essere letta come un laboratorio, non come una caccia al risultato.

Il vero banco di prova arriverà nei rally “puliti”, come la Svezia o le gare veloci su sterrato. Lì vedremo se quanto di buono si è intravisto al Monte-Carlo era un episodio o l’inizio di qualcosa di solido. Perché il talento c’è, su questo pochi dubbi. Ma il Rally1 è spietato: se non cresci ogni gara, ti lascia indietro senza guardarti.

Jon Armstrong ha dimostrato di meritare il sedile, ma ora viene la parte che separa i buoni piloti da quelli che restano. E quella parte non si misura in tempi, ma in capacità di trasformare le botte prese in esperienza vera.

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