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Miki Biasion: l’inizio della favola con la Renault 5 della mamma e i rally abusivi

I primi passi di Miki nel mondo dei rally sono una storia da film

Da buon nostalgico, o forse da cattivo, fate pure voi non mi offendo, mi son sempre chiesto se “una volta fosse effettivamente più bello”, oppure no. Non sono mai riuscito a capire se il mio desiderio irrefrenabile di tornare indietro nel tempo sia legato a questa convinzione, che una volta “era più bello” appunto, o se è semplicemente legato alla curiosità di vivere le corse di un’altra epoca.

Un’epoca in cui le cose, senza stare a tanto a sindacare se migliori o peggiori, erano sicuramente diverse. Le auto, la lunghezza delle corse, il livello di professionismo, la burocrazia, la sicurezza, tutto. Era un’epoca in cui era diverso anche il modo di seguire le competizioni: senza internet e WRCplus si poteva solo leggere sui giornali il risultato di questo o quell’evento. Altro che immagini in diretta dall’elicottero. Magari si era abbastanza fortunati da poter andare a vedere di persona la gara che transitava a qualche chilometro da casa, ma poi per il resto.

Era diverso anche il modo in cui si poteva iniziare proprio a gareggiare. Non servivano auto preparate e certificate da normative fino all’ultimo bullone, ne centomila scartoffie. Semplificando un po’ le cose, ma neanche tanto, bastava veramente avere un auto di serie, un roll-bar, un po’ di incoscienza, e via.

Quattro amici al bar, che volevano fare un rally

A volte, addirittura, non era necessario neppure avere una gara, ufficiale, a cui iscriversi. Ed è proprio in questo modo che un ragazzo di Bassano del Grappa fece il suo ingresso nel mondo che lo avrebbe visto, qualche anno più tardi, diventare campione del mondo.

A fine anni ’70, a Bassano, nel periodo invernale, poteva capitare di imbattersi in qualche voce, in qualche chiacchiericcio, che raccontava di una certa notte, di certe prove speciali e di una certa gara. A quel punto, per saperne di più, c’era solo una cosa da fare: recarsi al bar “Danieli”.

In questo bar l’eventuale interessato avrebbe ricevuto informazioni più chiare riguardo a quello che sarebbe stato, a tutti gli effetti, un rally abusivo. La gente aveva fame di rally, fame di corse. Talmente tanta fame da portare un gruppo di folli appassionati a rischiare la galera pur di organizzare abusivamente ciò che la prefettura e la questura non permettevano più. Un rally, appunto.

Al tavolo degli “organizzatori”, avendo la possibilità di tornare indietro nel tempo, avremmo scorto Tiziano Siviero, mentre tenendo d’occhio la porta di ingresso avremmo riconosciuto l’altra metà della futura formidabile coppia a noi molto nota: Miki Biasion.

Il richiamo irresistibile dei rally

Miki, allora poco più che maggiorenne, fin dall’età di 10 anni aveva un chiodo fisso: diventare un rallysta. Piuttosto indifferente alle gare su pista, nell’attesa di poter appunto mettersi al volante, il giovane Massimo si era dilettato prima nello sci, e poi nel motocross, raggiungendo anche ottimi risultati.

Al compimento della maggiore età era giunto però il momento di seguire la passione del cuore, e Miki non voleva certo limitarsi a seguire da bordo strada il San Martino di Castrozza o l’Isola d’Elba. Con tutti questi presupposti era inevitabile non finire coinvolti nell’avventura organizzata al Danieli, e fu quindi così che Massimo Miki Biasion fece il suo ingresso in scena.

L’idea di base era quella di mettere in piedi una corsa fra amici, una semplice scampagnata per divertirsi, ma si sa, in situazioni del genere, allora come oggi, lo spirito non competitivo fece presto ad andare a farsi benedire. Insomma, di gareggiare per partecipare non se ne parlava proprio, e si faceva quindi di tutto per prepararsi al meglio per emulare i vari Rohrl, Munari, e Alen. La cosa diventava talmente “seria” che ogni pretesto, perfino la scampagnata con la ragazza, era buono per andare a ripassare le prove in programma.

La Raneult 5 della mamma come prima auto da corsa

Anche Miki, attento e scrupoloso già in quei frangenti, pur se da assoluto neofita, cercò di prepararsi al meglio. Il suo navigatore sarebbe stato Alberto Ferrazzi, un amico che lo seguiva già ai tempi del cross. I due, totalmente inesperti, come detto, decisero che non valeva la pena prendere spunto dagli altri per la stesura delle note. Del resto l’improvvisazione raggiungeva livelli impensabili, e i due si accordarono sul provare a descrivere la curva basandosi sul raggio della stessa. In fondo era già qualcosa, ed era sicuramente meglio di note come “allungo bisciante”, per descrivere una serie di curve veloci, che altri utilizzavano.

Come casco Miki decise di modificare opportunamente un suo vecchio casco da motocross. Fece un foro sul lato destro e vi collegò un tubo da idraulico. All’altra estremità incollò un imbuto, nel quale Alberto avrebbe dovuto urlare le note per farle arrivare (anche se un po’ distorte, ovviamente) all’orecchio di Miki. L’operazione era necessaria in quanto la macchina che i due avrebbero utilizzato si apprestava ad essere abbastanza rumorosa.

Già, la macchina. La vettura non poteva che essere la Renault 5 850 della mamma, ovviamente modificata. Partendo infatti dalla regola che una macchina da corsa deve far rumore, Miki decise di rimuovere la marmitta (e da qui il problema del rumore). Oltre a questo la dotò anche di un rudimentale roll-bar, spacciato come impianto di riscaldamento extra per la montagna per tentare di non allarmare la mamma.

Un inizio da dimenticare, o da ricordare

Venne il giorno, anzi la notte, fatidica. La prima prova, tra quelle in programma nei dintorni di Bassano, Breganze, Thiene, e Schio, era tutta su sterrato e prevalentemente in discesa. Dopo pochi chilometri Miki si ritrovò immerso nella polvere, ma riuscì a distinguere la sagoma di due auto ferme in mezzo alla strada.

C’era stato un incidente, e una macchina era rimasta bloccata dietro alla prima che era finita in precedenza contro un albero ed era poi rimbalzata in strada. Biasion si attaccò ai freni, e riuscì a fermare la Renault 5 sul ciglio della strada a pochi metri dalle altre due auto. Quando il peggio sembrava evitato Miki sentì però l’auto che iniziava a scivolare: il terreno aveva ceduto sotto il peso improvviso, e i due scivolarono quindi, auto compresa, nella scarpata.

Si fermarono, appesi a testa in giù alle cinture di sicurezza, dopo una serie interminabile di capriole. Alberto riuscì ad uscire dall’auto, ma cadde nel vuoto e rotolò per altri tre o quattro metri. La macchina si era infatti fermata sopra un groviglio di rovi e piante. Quando i due riemersero, carponi, sulla strada da cui erano scivolati, erano ormai le tre del mattino, con i soli fasci di luci delle pile della gente che li cercava ad illuminare la scena.

Dovettero attendere le prime luci dell’alba per rendersi conto che la macchina si era fermata non troppo distante da una strada secondaria. Bastò rimetterla a spinta sulle quattro ruote per riuscire a ripartire. Arrivarono in città malconci e impolverati, con la macchina che sembrava reduce da un crash test.

Finì così, dopo pochi chilometri abusivi, la prima avventura di Miki nel mondo dei rally. Un’avventura da dimenticare o forse, visto poi come è andata negli anni a seguire, assolutamente da ricordare.

Credit: Miki Biasion / Giovanni Bertizzolo – La mia storia e i segreti per diventare un asso dei rally
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