Claudio Vallino: "Le 100 vittorie di classe le ho raggiunte grazie a passione e costanza"

In questi mesi abbiamo parlato sulle nostre pagine di grandi campioni e delle lore imprese in giro per il mondo. Ma ogni tanto è giusto focalizzare la nostra, ma soprattutto vostra, attenzione su chi da parecchi anni calca le strade di tutta la penisola e vince senza fare rumore mediatico. Oggi vi racconteremo di Claudio Vallino, esperto pilota savonese classe 1959, che al recente rally d’Estate ha agguantato la centesima (!) vittoria di classe.

Claudio, dopo parecchie stagioni trionfali, hai finalmente raggiunto questo grande traguardo. Sensazioni?

È stato molto bello. In tutti questi anni di corse non è mai venuta a meno la grande passione che provo per questo incredibile sport, anche se ogni tanto ho pensato di smettere per via di alcune delusioni. Alla fine la voglia di mettersi in gioco ha prevalso e ora eccomi qui a festeggiare questo bel traguardo raggiunto con sacrifici, umiltà ma soprattutto costanza. In qualche modo mi autocomplimento per tutto questo.

Tra tutte queste vittorie, quale ricordi con maggiore entusiasmo?

Sono molte e sparse in molti anni di carriera, quindi alcune manco le ricordo più. Ma una su tutte, e che è stata veramente sudata e difficile da conseguire, è la finale di Coppa Europea in Francia con Peugeot nel 1990. Io guidavo una 309 Gruppo N ed eravamo ben duecentocinquanta partecipanti. Vincemmo sotto la neve e contro equipaggi davvero agguerriti, per cui fu una soddisfazione incredibile.

La macchina che ti ha lasciato il segno?

Ho avuto la fortuna di guidare praticamente ogni tipologia di macchina. Mi impressionò molto la Sierra Gruppo A da ben 450 Cv, così come la Porsche e la mitica Delta. Una gran macchina era anche la Clio Williams A7 con la quale vinsi il Pietra di Bagnolo del 2006.

Ti sei aggiudicato moltissimi trofei monomarca, grazie ai quali sei maturato e cresciuto. Perchè oggi in Italia stanno scomparendo?

Credo che il motivo sia economico. I trofei sono molto dispendiosi e il montepremi messo in palio è piuttosto scarno, non permettendoti di rientrare in modo accettabile nelle spese. Ma il vero e proprio motivo sia la mancanza di umiltà. Mi spiego meglio. Oggi è più importante avere la macchina impeccabile nel lato estetico con le rifiniture in carbonio e i cerchi con disegni accattivanti. In più si cerca di saltare immediatamente su vetture potenti perchè non si accetta di finire un rally nelle retrovie, e in questo le macchine “piccole” non aiutano di certo. Perciò si teme il confronto a parità di macchina, andando a scartare a priori proprio un trofeo monomarca. Negli anni Novanta e i primi del Duemila non si badava al lato estetico ed era molto più normale fare la classica gavetta partendo dalle classi inferiori per capire cosa significava realmente fare rally ed arrivare preparati su macchine potenti a tempo debito. Personalmente ho sempre partecipato ai monomarca perchè, vincendoli, mi permettevano di rientrare nelle spese e di correre in ogni angolo d’Italia contro piloti forti.

Nonostante questa ricca carriera, hai qualche rimpianto?

Si certo. Ho il rimpianto di non aver avuto la possibilità di diventare un pilota ufficiale. Chi vinceva il trofeo Peugeot diventava quasi automaticamente un loro pilota ufficiale e quando sembrava che finalmente potesse essere il mio turno, inspiegabilmente viravano su altri. Travaglia e Deila, per esempio, hanno avuto tale possibilità pur essendosi formati con altri mezzi e in altri trofeo. Questo mi lascia ancora oggi l’amaro in bocca.


Attualmente, oltre a gareggiare, sei un istruttore di rally presso la tua scuola. Ci racconti qualcosa?

Mi piace molto questo ruolo perchè ho sempre pensato che prima di dare bisogna innanzitutto avere qualcosa da insegnare. Ci vogliono capacità e bisogna dimostrare di poter insegnare, e io credo di aver tutte le carte in regola per farlo. È molto soddisfacente e gratificante istruire e far maturare giovani piloti, ma è soprattutto stimolante vederli ottenere buoni risultati nelle gare a cui partecipano. Detto ciò, come mi disse il mio maestro Amilcare Ballestrieri, la guida non è istintiva ma si impara. Va corretta e spiegata in tutte le sue sfumature.




Chi ti piacerebbe istruire un giorno?

Nessuno in particolare ma garantisco che ci sono parecchi ragazzi giovani umili e con la voglia di imparare. Mi piace chi apprende subito e ascolta i consigli.

Come ti sei avvicinato ai rally?

Mi sono avvicinato ai rally grazie a mio padre, il quale da bambino mi portava sempre a vedere le p.s. del Sanremo. Tra gli anni Sessanta e Settanta gli equipaggi sfrecciano a Roviasca, allora su sterrato, un paesino vicino alla mia Altare (provincia di Savona, ndr). Siccome ai tempi non vi erano canali mediatici, vedere le Stratos Alitalia o le 037 Martini coi propri occhi era qualcosa di sensazionale e quindi mi appassionai subito.

Nonostante una rosea carriera, hai ancora un sogno nel cassetto da esaudire?

No. Vorrei soltanto poter continuare a correre con la capacità fisica di oggi e magari continuare a vincere!

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