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Dakar2018, Stefano Marrini, ritiro amaro per il nostro equipaggio tricolore. Ecco il diario di una Dakar finita troppo presto

Non manca molto alla fine della tremenda Dakar 2018. Avevamo seguito, a più riprese, l’avventura intrapresa dal nostro equipaggio tricolore composto da Marrini-Nassi. Purtroppo, già da qualche giorno, la loro Dakar si è conclusa con un ritiro, avvenuto già dalla tappa n.3. Vediamo il diario di bordo dell’equipaggio che ci spiega come sono andate le cose e tanto altro:

Si fa presto a dire «Dakar».
Cinque semplici lettere come le mie cinque partecipazioni, destinate a rimanere ancora una volta, purtroppo, incompiute. Cinque lettere che racchiudono mesi e mesi di preparazione. Una odissea che inizia da lontano e che ad un certo punto si risolve così, senza preavviso, da sola, di colpo, a sorpresa. A tradimento.
Le prime ombre della sera, sera che nel deserto diventa subito notte. E finalmente, le luci del bivacco assistenza ormai già in vista all’orizzonte, là in fondo, appena là davanti, appena dopo il controllo stop di una Prova Speciale che sembrava non voler mai finire.
Poi un rumore sordo. Poi solo silenzio, ancora dune e nuovamente buio tutto intorno.

La nostra Dakar 2018 si è fermata come il V8 della nostra Land Cruiser a 5 chilometri dal controllo stop della Stage #03.

Lo sapevamo tutti che sarebbe stata una Dakar durissima, ma abbiamo accettato lo stesso la sfida. Le prime avvisaglie già sui 31 km della Stage 1 anche se eravamo preparati, da mesi, da quando A.S.O. presentò il percorso definitivo, avvisandoci, mettendoci in guardia che la quella del 40° avrebbe dovuto essere una Dakar nuda e cruda, oltre la fatica, oltre qualsiasi resistenza fisica e meccanica. Una Dakar che aveva bisogno di ripescare qualcosa dalla memoria della sua essenza primordiale, dalle origini della “vera” Paris/Dakar degli albori.
E così è stato, così la Dakar 2018 sta manifestando il suo volto giorno dopo giorno, con la falcidia continua di equipaggi, con colpi di scena e ritiri illustri ad ogni tappa.

Cordoba la considero la mia seconda casa e volevo davvero arrivarci quest’anno. Ma sulle quattro ruote, in gara, non guidando il truck “Otto” come sto facendo adesso, trainando la nostra povera “Zoppina” irrimediabilmente muta. Però amo questo continente e conosco bene le dune Peruviane. Un amore che esige rispetto.
Ci eravamo preparati, mi ero preparato bene, con rispetto appunto. Le spedizioni in Qatar, a cercare di carpire segreti a chi ne sa su come dialogare con le dune, con la sabbia, a fiutare le piste giuste. La breve missione a Tirana e quella invece un po’ più lunga e (quasi) trionfale al Thailand Rally dello scorso Novembre per oliare il meccanismo, amalgamare il team e l’affiatamento col mio grande amico l’esperto Maurizio Nassi, debuttante qui alla Dakar ma subito a suo agio con la navigazione pura.
E poi ancora chilometri su chilometri, giornate intere, settimane a pedalare, sia metaforicamente perché quadrasse tutto, sia letteralmente sulle due ruote, perché non c’è mai fiato a sufficienza.
Corpo, anima, cervello. E ovviamente anche molle, cambio e bulloni.

Come ogni volta, ma alla mia 5ª Dakar ci abbiamo messo davvero l’anima tutti per curare ogni più piccolo dettaglio, ripescando dalle esperienze archiviate per scongiurare gli errori del passato. Perché se la stage, la singola duna richiede intuito, improvvisazione, la Dakar non la puoi certo improvvisare.

Stage 01: Mica si voleva spaccare il mondo, però non si era partiti affatto malaccio.
Tanto per cominciare, un 77° assoluto sulla Stage 01 che avremmo anche potuto chiudere almeno dieci posizioni più su nella provvisoria assoluta senza una divagazione di un quarto d’ora tra le dune di Ica.
Comunque, senza se e senza ma, subito un 5° di gruppo, a metà in classifica T2, la nostra categoria.

Un inizio ottimo per il morale e per il nostro equipaggio inedito: sulle bollenti dune peruviane avevamo rotto il ghiaccio nel migliore dei modi, con una guida accorta e una vettura che finalmente mi aveva consentito di iniziare una Dakar senza il minimo problema.

Il giorno dopo, con la Stage 02 si cominciava a fare sul serio.
Niente trasferimento, ma pronti via direttamente dal bivacco per 267 chilometri di sabbia e dune, sabbia e dune, sabbia e ancora dune come il primo giorno, solo il tutto moltiplicato x 8.
E tutto stava andando molto bene: al WP1 avevamo già guadagnato due posizioni. Poi, il dramma.

Assieme ad altre 15 auto e una decina di truck siamo rimasti letteralmente intrappolati in una vasta depressione, circondati da dune che nessuno di noi è più riuscito a superare. L’organizzazione ci è venuta in aiuto con gli elicotteri a rifornirci soprattutto di acqua, ma solo dopo moltissime ore e innumerevoli tentativi siamo riusciti (purtroppo non tutti) ad arrampicarci sulla cresta che ci sembrava più accessibile, cavarci fuori da quel tranello e tagliare dritti nuovamente verso il bivacco e la partenza della giornata successiva, che ormai era già mattina …
Nel frattempo, preso atto dell’alto numero di concorrenti in difficoltà, la Direzione Gara aveva salomonicamente provveduto a non comminare nessuna delle esclusioni previste per i troppi Way Point giocoforza ignorati. Per la moltitudine di noi redivivi avrebbe semplicemente calcolato i nostri chrono sulla base del nostro effettivo orario di rientro al bivacco, più una penalità variabile nell’ordine delle 30/35 ore. Che detta così sembrano valori impressionanti, ma sono penalità anche normali, all’ordine del giorno alla Dakar. Tra l’altro, finiti tutti i calcoli la pratica Stage 02 per noi andava in archivio con l’avanzamento alla 75ª posizione nella classifica provvisoria.

Ma bando alle ciance e alla classifica, che ci eravamo ripromessi di non considerare mai. Arrivati in assistenza al limite del nostro orario di partenza per l’impegno successivo, avevamo giusto il tempo per un controllo veloce ma accurato alla nostra Toyota, vistosamente danneggiata all’anteriore (ma solo in seguito al traino disperato per districarci dalla trappola tra le dune) e dopo l’ok dei nostri meravigliosi Giuseppe Fanetti e Marco Blanc ci eravamo già fiondati immediatamente allo start della 3ª prova.

Anche la Stage 03 partiva direttamente dal bivacco assistenza, verso altri 296 km ancora in prevalenza di sabbia e dune, alternati da brevi tratti “rilassanti” e più compatti (come quello nella foto). Oltre all’amnistia sui WP della Stage 2, per agevolare quanti più ritardatari possibile la Direzione Gara aveva provveduto anche a prolungare l’orario di accettazione alla partenza della Stage 3 fino alle 13:00. Nonostante la notte nel deserto ma grazie all’assistenza sprint, noi riuscivamo comunque a partire nel nostro orario teorico. Molti altri concorrenti invece no, accumulando purtroppo per loro ulteriori penalità.
Così (continuando a far finta di ignorare la classifica …) già allo start guadagnavamo subito ben altri 5 posti, risalendo automaticamente fino alla 70ª posizione nella provvisoria assoluta.

La nostra Land Cruiser ha continuato ad andare come un violino, macinando sabbia e chilometri senza alcun tentennamento. Con l’adrenalina a mille noi non sentivamo nemmeno troppo la stanchezza del mancato bivacco, lanciati come eravamo a caccia, a tutta verso i vari Way Point ma sempre senza strafare. Tutto ok, avevamo preso un ottimo ritmo, avevamo preso il nostro passo, eravamo entrati nel vivo della nostra Dakar. Tra un insabbiamento e l’altro, inevitabili e in preventivo sulla morbida sabbia peruviana, WP dopo WP continuavamo anche a guadagnare posizioni: 67° al WP3, poi 63° fino alla 62ª posizione nell’assoluta provvisoria al WP6, dopo quasi 7 ore di speciale. Da lì in poi, oramai al tramonto, ho alzato un po’ il piede perché gli strumenti di bordo cominciavano a segnalarmi un anomalo innalzamento della temperatura acqua e all’ultimo WP prima dell’arrivo avevamo perso una posizione (63º)
Ma chi se ne frega: avanti piano per cercare di chiudere la speciale. Il motore girava comunque bene e all’assistenza avremmo avuto il tempo necessario per risolvere con calma il problema del surriscaldamento. Oltretutto, dopo la speciale e l’assistenza ci aspettavano anche altri 207 km di trasferimento prima del bivacco notturno, non era proprio il caso di stressare inutilmente la meccanica. Nell’ultimo settore ci siamo anche fermati spesso, più per tirare il fiato noi ma approfittando anche per far raffreddare il V8 della nostra Zoppina. Poi, come raccontato in apertura, a stage praticamente conclusa, già buio pesto ma con già all’orizzonte le luci del bivacco assistenza: BUM! L’epilogo.

Stavo tenendo sotto controllo la temperatura, ma il motore si è fermato di colpo. Il dash mi segnalava un’anomalia a due sensori delle camme, la diagnostica rispondeva, tensione e servizi tutto nella norma, ma il V8 non si è più ripreso. Lo sconforto è stato immenso, amplificato dal miraggio di quelle luci all’orizzonte così vicine ormai … Ma non ci siamo persi d’animo. Maurizio ed io ci siamo tuffati subito nel cofano, sotto la macchina, dentro la voragine lasciata spalancata il giorno prima dallo sradicamento del paraurti anteriore tentandole tutte, però non c’è stato nulla da fare. La sensazione di smarrimento ha iniziato ad aumentare sistematicamente quando con l’avanzare della notte non arrivava più nessuno cui chiedere uno strappo un traino per i pochi chilometri, solo cinque, che ci separavano dalla salvezza. Sicuramente avremmo anche provato a spingere il pachiderma, se solo non ci fossimo bloccati sull’ultimo tratto sabbioso … Così, dopo averle provate davvero tutte, ci siamo messi l’animo in pace e ci siamo preparati a trascorrere la seconda notte consecutiva nel deserto, ma con un occhio e un orecchio sempre attenti all’eventuale arrivo di qualche buon samaritano che ci potesse trarre finalmente d’impaccio.

E abbiamo tirato l’alba. Solo a mattino inoltrato abbiamo visto arrivare il gruppetto di truck di Orobica Raid che, ormai attardati come noi, ad un certo punto avevano deciso di fermarsi lungo la prova per dormire due/tre ore. Presto che è tardi, ci siamo agganciati al n.535 di Nicola Montecchio, Loris Calubini e del giovane Carlo Cabini riuscendo finalmente a raggiungere la nostra assistenza.

Nel frattempo, la Direzione Gara ci comunicava di aver allungato anche l’orario di accesso allo start della quarta tappa, ma solamente di un’ora sulla time table prevista. Il lungo trasferimento fino a San Juan de Marcona che ci attendeva ci condannava già virtualmente fuori tempo massimo, ma nonostante questo Beppe e Marco smontavano comunque tutto il possibile sulla macchina per provare a farci ripartire. Nel frattempo io cercavo di comunicare con l’amico Hiroyuki di Toyota Gazoo Racing, già a San Juan, mentre la diagnosi arrivava presto, implacabile e definitiva: grippaggio.

Il verdetto per certi versi mi consolava anche. Per altri invece attivava un giramento di palle talmente potente che se solo avessi potuto applicarlo all’albero motore della nostra Toyota probabilmente avrei risolto l’incastro al volo e saremmo arrivati a Cordoba all’istante 🙂

Intanto, così per dire, ho appena appreso che dopo la Stage 05 di ieri, degli 8 partenti nella nostra categoria T2 al momento è rimasto, è sopravvissuto solamente il mio amico Giapponese Akira Miura. Gli altri tutti OUT come noi … e non siamo nemmeno a metà Dakar.

“Mal comune, mezzo gaudio” dicono i saggi. Però francamente poco consola il fatto di constatare come la durezza di questa Dakar abbia mietuto vittime in maniera impressionante fin da subito, senza risparmiare nemmeno top drivers e team con budget e risorse pressochè illimitate. Perché tutti noi abbiamo, ma io per primo ho sempre affrontato le mie Dakar (compresa questa) badando concretamente a cosa avevamo a disposizione e a cosa potevamo puntare. Ok, quest’anno cominciavamo a guardare di nascosto anche la classifica, ma il nostro obbiettivo era e rimaneva solamente uno, puro e semplice: l’arrivo.

Cambiando prospettiva, l’unica chiave di lettura positiva di questa nostra Dakar 2018 può essere quella di provare a metabolizzare i chilometri fatti ed autoincoraggiarci per essere riusciti comunque ad arrivare fin qui. Mentre chiudevamo il cofano della nostra Toyota e accettavamo il nostro ritiro definitivo, la fredda sentenza delle classifiche ci certificava a Stage 03 “conclusa” in 66ª posizione assoluta provvisoria.
Grazie, è stato bello. Per modo di dire …

Ora siamo in viaggio seguendo la carovana della Dakar per raggiungere comunque La Paz, poi via via Cordoba e Buenos Aires per imbarcare i mezzi verso il loro rientro in Europa. Giunti qua ad Arequipa ho trovato finalmente il tempo e la voglia di riordinare il racconto e un po’ le idee, mi scuso con tutti per il ritardo.
Il morale è nuovamente alto, medio alto diciamo. Però francamente, prima di sdoganare subito l’hashtag #RoadToDakar2019 ora dobbiamo fare bene bene bene mente locale e valutare ponderatamente possibilità e strategie. Un bell’inventario di cosa possiamo fare, prima di cosa vogliamo fare. Le potenzialità ci sono, la struttura anche, la vettura ha dimostrato di essere a punto, almeno fino al ritiro. Ma francamente, anno dopo anno la Dakar comincia ad essere sempre più una faccenda riservata ad organizzazioni e logistiche precluse ai privati.

Partire non è poi così complicato. Difficile sì, ma non complicato.Arrivare invece è una scommessa sempre più ardua …

Per ora rientriamo a casa e poi decideremo.
Desidero ringraziare di cuore tutti, ma proprio tutti quelli che ci hanno dimostrato il loro supporto anche in questa occasione. Tutti i nostri sostenitori, la mia famiglia, gli sponsor e tutti quelli che ci hanno dato una mano.
Chi ha parlato di noi e anche chi ne ha sparlato 🙂

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