Katsuta avverte il WRC: “Stiamo perdendo i nostri tifosi”
Il pilota della Toyota critica i programmi di gara sempre più compressi e le giornate interminabili: meno tempo per incontrare il pubblico significa indebolire ulteriormente il legame tra il Mondiale e i suoi appassionati
Il problema del WRC non riguarda soltanto il numero ridotto di costruttori, le difficoltà nella promozione del campionato o un regolamento tecnico chiamato ancora una volta a ridisegnare il futuro della categoria.
C’è una questione forse meno evidente, ma altrettanto importante: il Mondiale Rally sta progressivamente allontanandosi dal proprio pubblico.
A lanciare l’allarme è stato Takamoto Katsuta. Il pilota della Toyota Gazoo Racing ha criticato l’impostazione delle gare più recenti, caratterizzate da giornate particolarmente lunghe, trasferimenti estenuanti e programmi che lasciano pochissimo spazio al rapporto con gli spettatori.
Un rapporto che, nei rally, non è mai stato un semplice dettaglio.
Quando il pubblico faceva parte dello spettacolo
Per decenni gli appassionati hanno rappresentato una componente fondamentale dell’atmosfera di ogni rally. Intere notti trascorse lungo le prove speciali, tende montate nei punti più spettacolari e ore di attesa prima di vedere transitare le vetture.
Una passione quasi rituale, costruita attorno alla possibilità di vivere la gara da vicino e di incontrarne i protagonisti nei parchi assistenza, nei riordini o al termine delle tappe.
Oggi, però, quella connessione appare molto più debole.
La presenza del pubblico lungo le prove non è sempre quella del passato, la copertura mediatica tradizionale si è ridotta e anche i piloti hanno sempre meno occasioni per fermarsi con chi percorre centinaia di chilometri pur di assistere a un rally.
Una situazione che preoccupa Katsuta, convinto che il campionato non possa permettersi di ignorare il problema.
Giornate più corte sulla carta, ma sempre più intense
La FIA e gli organizzatori hanno cercato negli ultimi anni di ridurre la durata complessiva degli eventi, anche con l’obiettivo di contenere i costi e rendere meno pesante la settimana lavorativa per squadre, piloti e personale.
Il risultato, però, è stato spesso quello di comprimere lo stesso programma in un numero inferiore di giornate.
I rally richiedono già una preparazione molto lunga. Gli equipaggi arrivano normalmente sul posto tra il martedì e il mercoledì per affrontare le ricognizioni, preparare le note e svolgere tutte le attività previste prima della partenza.
Accorciare formalmente l’evento non significa quindi necessariamente ridurre il carico di lavoro. In alcuni casi ha semplicemente prodotto giornate più lunghe, con molte ore trascorse in macchina e trasferimenti particolarmente impegnativi.
Un’impostazione già contestata dopo il Rally del Portogallo 2025 e tornata al centro delle discussioni durante l’Acropoli 2026, dove gli equipaggi hanno affrontato programmi da vera maratona.
Katsuta: “Non abbiamo potuto fare foto o autografi”
Il pilota giapponese ha raccontato quanto accaduto durante la giornata del sabato in Grecia, quando gli equipaggi sono rientrati soltanto intorno alle 22.
A quell’ora non c’era più la possibilità di fermarsi con gli appassionati, scattare fotografie o firmare autografi.
Una circostanza che Katsuta considera particolarmente triste, soprattutto pensando a tutte quelle persone che avevano atteso per molte ore l’arrivo dei protagonisti del Mondiale.
“In questa maniera si rischia di perdere pubblico. Ritengo sia necessario trovare un modo per avvicinarci alle persone. All’Acropoli, sabato, siamo rientrati alle 22 e non abbiamo potuto fare né foto né autografi. È triste, perché la gente aveva atteso a lungo”.
Il messaggio del pilota Toyota è molto chiaro: non basta portare le Rally1 sulle prove speciali. Occorre anche permettere al pubblico di sentirsi parte dello spettacolo.
Il WRC non può vivere soltanto di nostalgia
La situazione attuale diventa ancora più delicata considerando le difficoltà che il Mondiale sta già affrontando.
La ridotta presenza dei costruttori ha limitato le rivalità sportive e commerciali che, in passato, avevano contribuito a rendere il campionato riconoscibile anche al di fuori della cerchia degli appassionati più fedeli.
Le sfide tra Lancia e Audi, oppure quelle più recenti tra Citroën e Ford durante gli anni dominati da Sébastien Loeb, avevano creato personaggi, schieramenti e racconti capaci di andare oltre il semplice risultato sportivo.
Oggi il WRC continua a offrire vetture straordinarie e piloti di altissimo livello, ma fatica a trasformare tutto questo in una narrazione accessibile a un pubblico più ampio.
Proprio per questo, perdere anche il contatto diretto tra equipaggi e tifosi sarebbe un errore particolarmente grave.
Un allarme che arriva dall’interno
Le parole di Katsuta non rappresentano una critica isolata.
Anche Thierry Neuville ha recentemente evidenziato la minore presenza dei media al termine delle tappe, raccontando una realtà nella quale microfoni, telecamere e giornalisti sembrano essere sempre meno numerosi.
Segnali differenti, ma riconducibili allo stesso problema: il WRC rischia di diventare un campionato sempre più chiuso dentro il proprio paddock, seguito soprattutto dagli appassionati più fedeli e incapace di intercettare una nuova generazione di tifosi.
Katsuta non mette in discussione la necessità di contenere i costi o di trovare formati più sostenibili. Chiede però che ogni decisione tenga conto anche delle persone che rendono vivo questo sport.
“Il problema è serio, perché stiamo perdendo fan, quando invece dovremmo conservarli e attirarne di nuovi”.
Una frase semplice, ma difficile da ignorare.
Perché il futuro del WRC non si giocherà soltanto sulle caratteristiche delle WRC27, sul numero dei costruttori o sulla durata delle prove speciali. Si giocherà anche sulla capacità di riportare le persone vicino ai piloti, alle vetture e a quello spettacolo che, per decenni, ha reso i rally qualcosa di profondamente diverso da qualsiasi altra disciplina del motorsport.